DK 11x07 - Alti e bassi

Per una volta, buone notizie: il libretto sul Weizenbaum in tempo per Pordenone,il Weizenbaum che uscirà a metà 2027, e Google responsabile per le AI Overview. Poi, ovviamente, le meno buone.

Share
DK 11x07 - Alti e bassi
Photo by Gabriel Valdez / Unsplash

Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Questo episodio esce, forse, prima del 24 ottobre, ammesso e non concesso che Giuseppe, tipo novello San Gennaro. riesca a fare ‘o miracolo, perché l’episodio dovevo averlo registrato venerdì, e invece siamo a martedì.

Faccio quel che posso con quel che ho, come tutti. DataKnightmare, per quanto mi piaccia e mi aiuti a sopravvivere mentalmente, è pur sempre un hobby, e quando rientro dal lavoro non è che sprizzi sempre energie.

Detto questo, ci sono tante buone notizie. Con una tre giorni di quelle che facevo trent’anni fa, sono riuscito a finire il manoscritto del libretto. Ovviamente, “finito” va inteso nel senso che un programmatore dice che il codice è a posto.

Il che significa che sabato 24 esce la versione beta. La cosa importante, però, è che esce in tempo per il Linux Day di Pordenone, come avevo promesso. È pur sempre qualcosa.

Siccome è una beta, non mi sogno nemmeno di metterla in vendita. l’ePub sarà scaricabile gratis e senza alcuna registrazione direttamente dal sito dataknightmare.eu. È veramente una beta, nel senso che vorrei aggiungere un paio di capitoli, il capitolo finale è troppo stringato, e manca la bibliografia.
Ma intanto c’è qualcosa da leggere.

Il capitolo che si intitola “la scienza e il programmatore coatto” è quello che forse mi è venuto meglio, e credo che la quantità di magoni che mi è costato scriverlo sia molto percepibile.

Ad ogni modo è un libretto, e il titolo, “Cinquant’anni dopo” dice chiaramente che il punto è solo di far venire voglia di leggerlo, il Weizenbaum.

Altra buona notizia, mentre io me la menavo con la crisi dello scrittore, il buon Alain a Pordenone ha preso le redini del processo di ristampa come opera orfana, grazie all’aiuto delle professoresse Maria Chiara Pievatolo e Daniela Tafani dell’Università di Pisa, e alla biblioteca di Pistoia, città europea della cultura 2026.

Se tutto ma tutto va bene, la Biblioteca riuscirà ad andare in stampa nella seconda metà del 2027, a quarant’anni giusti dall’edizione italiana.

Non è moltissimo. Ma di questi tempi, già qualcosa è assai. Weizenbaum e il suo pensiero saranno ancora con noi quando il mondo si sarà lasciato alle spalle Musk, Altman, Amodei, e il loro futuro tecnofascista da adolescenti mai cresciuti.

Per finirla con l’introduzione, per chi vuole salutare e magari prendersi uno sticker di DataKnightmare, ci si vede al Linux Day di Pordenone, sabato 24, e al Linux Day di Pesaro, sabato 31.

Nel frattempo, il tredicenne più ricco e fastidioso del mondo, Elon Musk, ha di nuovo distratto l’attenzione con l’ennesima cazzata galattica: stavolta si tratta della macchina volante.

Che è una macchina, peraltro orrenda; e ovviamente non vola ma si limita a cadere con stile per, a occhio, un massimo di dieci secondi di fila. Le vere macchine volanti esistono già, si chiamano aerei. E l’idea di una macchina volante è il concetto di futuro che può avere, appunto, un tredicenne. Solo che, almeno, i tredicenni veri le macchine le disegnano con degli alettoni pazzeschi, non come scatole di sardine.

Ma Musk aveva bisogno di una nuova idea rivoluzionaria che non serve a una minchia, perché ormai StarLink e SpaceX sono storia vecchia e si sa, finita la rivoluzione qualcuno comincia a chiedere di rientrare dagli investimenti.

Proprio riguardo a StarLink, se qualcuno aveva ancora dei dubbi che quella in Ucraina fosse una guerra per procura, scopriamo che StarShield, la verSione di StarLink del Pentagono, su cui per qualche motivo misterioso l’esercito ucraino fa affidamento, è stata rallentata negli ultimi giorni, degradando le capacità ucraine di fermare i droni russi. Musk dice che siccome il sistema è militare solo Trump può prendere quel genere di decisioni, e Trump dice di non saperne nulla.

Ma poi esistono ancora giornalisti con una spina dorsale, e si scopre che Musk ha proposto l’idea a Trump, e quello l’ha messa in pratica.

Ma noi continuiamo pure a comprare F35 e a fare la PA “Cloud First” con il Polo Strategico Nazionale nelle mani di Amazon, Google e Microsoft, mi raccomando. Tanto ci sono la Agenzia per la Cybersicurezza-con-la-y Nazionale, e Telecomitalia, Leonardo e SOGEI a garanzia della sovranità. Come dicono a Roma, “ciao còre”.

Continuiamo con un’altra bella notizia, e applaudiamo alla corte tedesca che ha stabilito che Google è responsabile delle risposte che il motore di ricerca costruisce con la propria meravigliosa intelligenza artificiale.

Il caso è indicativo dell’idiozia di questi tempi:

Il caso riguarda un professore ed ex direttore di una clinica di neuroradiologia; secondo l’ordinanza del tribunale, la modalità IA di Google rispondeva alle ricerche su di lui con una storia dettagliata: che era stato sospeso nel febbraio 2024 a seguito di un’accusa mossa dalla sua segretaria, condannato per molestie sessuali nel marzo 2026 con una pena sospesa, e che aveva pagato un risarcimento a sei cifre in seguito a un accordo davanti al tribunale del lavoro. Il tribunale ha accolto la sua dichiarazione giurata secondo cui ogni parte di tale resoconto riguardava un altro ex professore universitario, aggiungendo che la IA di Google ne era a conoscenza, poiché il procedimento penale che citava era stato intentato contro un’altra persona.
Il medico ha chiesto a Google di cancellare il testo il 28 agosto e ha inviato una diffida formale il 15 settembre. Nessuna delle due iniziative ha avuto esito positivo. L’ottava sezione civile del tribunale è quindi intervenuta senza prima sentire Google, invocando l’urgenza perché affermazioni false erano «visibili pubblicamente» a un pubblico illimitato. Google Ireland, che gestisce Google Search nell’UE, rischia ora una multa fino a 250.000 euro per ogni violazione, o la detenzione dei propri dirigenti, qualora ripubblicasse tre versioni del testo. Google può ancora impugnare l’ordinanza.

Come al solito, la difesa di Google sosteneva di limitarsi a riassumere le pagine di terzi, ma stavolta il tribunale non è stato d’accordo. Il ragionamento della Corte è di una semplicità imbarazzante:

Le «AI Overviews», ha affermato, non si limitano a mostrare link, ma formulano «affermazioni indipendenti, nuove e sostanziali» elaborate valutando e combinando siti di terzi; pertanto, Google deve trattarle come proprie, anche in qualità di fornitore di un sistema di intelligenza artificiale ai sensi della legge dell’UE sull’intelligenza artificiale, lo AI Act. «Solo Google ha influenza sulla propria intelligenza artificiale», hanno scritto i giudici.

Ora, a me questo giudice sta proprio simpatico, perché non si è limitato alla sanzione amministrativa, visto che per Google 250mila dollari sono bruscolini ma ha messo nero su bianco che in alternativa c’è l’arresto dei suoi dirigenti. Dopo anni a farsi prendere per i fondelli da BigTech, è un segnale che la giustizia, quando vuole, può anche uscire dal coma.

Per il momento è ancora solo una corte inferiore, quindi la sentenza ha valore solo per la causa specifica, e non credo che Google farà ricorso alla corte federale o alla corte di Giustizia europa, col rischio che il precedente assuma valore universale. Però è un precedente. E un bel precedente.

Fin qui le belle notizie, ma questo è DataKnightmare, mica brago brago, quindi ce ne sono anche di meno belle.

La prima è un classico per ogni stagione: l’aggiornamento di sicurezza di ottobre di Windows, il cosiddetto “patch Tuesday”, inchioda i server di Exchange.

Il comunicato ufficiale ammette il problema, ma al momento in cui scrivo, 20 ottobre, la causa non è ancora nota. Per il momento Microsoft si è limitata a suggerire un paio di modifiche al registro di sistema che dovrebbero aggirare i problemi, ma ne è talmente convinta che consiglia agli amministratori, dopo le modifiche, di “monitorare la disponibilità dei server”.

Non è tutto bellisimo? Lo stramaledetto software di Microsoft tiene in piedi metà del mondo, e questi in cambio rilasciano aggiornamenti ufficiali che ti inchiodano la macchina.

Gli aerei di Boeiing hanno cominciato a cadere, e non abbiamo capito. I frigoriferi francesi si sono sbrinati tutti in coro, e ancora non stiamo capendo. Evidentemente, abbiamo bisogno di un disastro immane per capire il livello di sterco che oggi accettiamo nel software commerciale a cui affidiamo qualsiasi cosa.

È solo questione di tempo.

Ricorderete che abbiamo parlato della direttiva europea sulla responsabilità di prodotto, la PLD 2, che si applica dal 9 dicembre di quest’anno, che definisce, finalmente, il software come prodotto.

È un passo importante, perché i produttori commerciali (il software non commerciale è esente) finalmente non potranno più nascondersi dietro la clausoletta che il software viene fornito “cosi com’è, senza alcuna garanzia espressa o implicita” e bla bla bla. Ne vedremo delle belle. Ma.

C’è un “ma” grande come una casa. Il risarcimento si può avere soltanto per danni a beni non usati esclusivamente a titolo professionale.

Il che significa, che se un aggiornamento di Windows mi cancella per errore il disco rigido con su le mie foto delle vacanze, posso chiedere i danni; ma se l’aggiornamento mi incasina i server e manda in blocco la mia azienda per tre giorni, sono solo cazzi miei. Non è bello.

Sono solo io a pensare che ci sia lo zampino di qualche lobbista in questa curiosa esenzione? E non parlo necessariamente di Microsoft. Ultimamente anche i cloud di Amazon e Google hanno avuto dei problemucci, leggo in questo momento che la region Europe-West2 di Google Cloud che copre Londra ha dato problemi fra gli altri a Revolut.

Per inciso, se lo stesso problema dovesse interessare il continente, potremmo finalmentevedere che livello di resilienza operativa reale hanno le banche europee che hanno fatto un coro greco per adeguarsi al regolamento DORA. Fine dell’inciso.

Quindi ok, la PLD2 è un passo importante, ma non si può concepire che un difetto di prodotto dia diritto a risarcimento solo per un privato. Le associazioni degli imprenditori non hanno niente da dire al riguardo? O le sole cose che considerano problemi sono le rimostranze dei dipendenti? Chiedo per un amico.

pausa

E, ciliegina sulla torta, ho appena letto che la polizia olandese, in ossequio alle sanzioni trumpiane, ha posto sotto sequestro i server di Autistici/Inventati, ha fatto una copia dei dischi e ha gioiosamente spedito tutto negli Stati Uniti. Non hanno nemmeno aspettato i tre mesi previsti dall’ordine esecutivo. Ma complimenti, proprio.

Ora, io non è che mi aspetti dalla polizia chissà quale livello di analisi filosofica, non è per quello che esiste. Certo, un ufficio legale ce l’avrebbero pure loro; ma magari per ristrettezze di bilancio ci hanno dovuto mettere dei criceti, non so.

Il punto è che qui la politica deve darsi una svegliata. Intanto occorre una interpretazione strettissima del regolamento europeo di blocco: alle sanzioni USA non si deve ottemperare se non sono approvate prima dal Parlamento Europeo. Punto. Libera valutazione del rischio aziendale un paio di palle. Apprezzare la disponibilità al dialogo perché l’ordine esecutivo dà tre mesi di tempo per ottemperare, un altro paio di palle.

Anche perché, come nella migliore tradizione dei bulli, il ragionamento non paga. Adesso Trump sta minacciando l’Europa di rappresaglie se limitiamo l’utilizzo dello spettro radio a StarLink. E perché l’Europa vorrebbe farlo? Per garantire che lo spettro radio possa essere usato anche da aziende europee che magari hanno idee migliori per la copertura dati ad alta velocità rispetto all’idiozia Muskiana di intasare l’orbita bassa con migliaia di satelliti.

Quindi, come sempre, prima l’Europa si sveglia dall’illusione filoamericana, meglio è.

pausa

Questo era DataKnightmare. Io sono Walter Vannini.
La voce che scioglie il ghiaccio che ci sentiamo addosso è di Alessia Racci Chini.

Per oggi è tutto, ci vediamo sabato a Pordenone per chi c’è. Per tutti gli altri, alla prossima.