DK11x05 - Il lavoro intellettuale nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
La AI serve a vedere cosa si riesce a far passare per "lavoro", ma la domanda è un'altra: qual è il senso del lavoro intellettuale nell'epoca della sua riprodcibilità tecnica?
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Oggi, per cambiare, vorrei lasciar perdere l’attualità immediata.
Un po’ perché l’attualità è diventata un cicaleccio di lanci stampa a scapito di qualsiasi analisi di problemi reali.
Per dire, i commandos USA erano pronti ad abbordare un cargo cinese quando qualcuno ha notato che il fatto il cargo trasportasse componenti per l’industria nucleare era un’invenzione di un modello linguistico. La cosa ha rischiato di avviare un confronto militare fra USA e Cina, ma dopo una settimana già non se ne parla più, perché cosa voui che sia.
Invece oggi il Guardian titola “OpenAI ha comunicato che indagare sugli attacchi effettuati dai propri sistemi, inclusi gli attacchi a siti governativi australiani, gli costa 500.000 dollari al giorno”.
Alla qual “notizia” (si sentono le virgolette?) la mia reazione è:
sound bite da Boris
ESTICAZZI?
Voglio dire, bravi che fate le vostre indagini, ma dovrebbe farle un vostro delegato, mentre voi ve ne restate in cella, perché l’ultima volta che ho controllato, per l’accesso abusivo a sistema informatico, con o senza danni, con o senza esfiltrazioni di dati, c’è il carcere.
Perché per me la notizia è: cosa ci fanno Altman, Amodei, Pichai, tutti rei confessi che i propri sistemi abbiano hackerato qualcuno, non solo fuori dalla galera, ma senza nemmeno un procedimento penale all’orizzonte?
O ancora, cosa ci fa Zuckerberg fuori di galera, quando META sta oggettivamente operando per indirizzare le elezioni in Brasile nella direzione preferita dal governo USA?
Cosa ci fanno i techbro assortiti fuori di galera, quando il governo di Milei in Argentina sta facendo i salti mortali per permettere che individui, aziende e Stati stranieri (chissà a chi pensa) possano letteralmente comprarsi interi pezzi del Paese, per esempio in Patagonia, per il piacere loro e dei loro strafottuti datacenter?
Ma appunto, di questo non si parla, mentre l’immaginaria “AI che si ribella”, che esiste solo nelle menti tardoadolescenti e sotto ketamina degli oligarchi del tech, quella viene servita a colazione, pranzo e cena, weekend compresi.
Quindi, se permettete, parliamo di qualcos’altro.
respiro
In quel gioiellino del film dei Simpson, il nostro eroe ha un’esperienza psichedelica che gli fa “avere un Natale”. Ovviamente quella che ha avuto è un’epifania, ma Homer Simpson è il nostro ritratto in questi tempi disperati ma non seri, e quindi lui ha un Natale.
E ho avuto un Natale anch’io, dopo anni a spiegare che no, non è intelligenza, che non c’è nessuno dall’altra parte dello schermo, e che quelli che spingono questa idea hanno preoccupanti affinità culturali e politiche con gente che si sperava sepolta dalla storia con la caduta del Terzo Reich, ecco dopo tutto questo mi sono accorto che questa cosiddetta “intelligenza artificiale”, in fondo a qualcosa serve.
Questo non è il mio Natale.
Questo lo è: l’Intelligenza Artificiale serve a vedere cosa si riesce a far passare per “lavoro” di questi tempi. Ed è disperante.
Una spiegazione è d’obbligo. Chiunque non abbia vissuto in un armadio negli ultimi anni deve sapere, almeno avere sentito dire, che la cosiddetta “Intelligenza Artificiale” non produce altro che rigurgiti del materiale con cui è stata addestrata.
Il perché questa tecnologia abbia immediatamente suscitato l’interesse dei manager e degli imprenditori mi è stato ovvio sin dall’inizio: come ogni altra forma di automazione prima di lei, vende il sogno di poter ottenere lavoro senza lavoratori, che è la vera ambizione capitalistica.
Invece, fino a qualche tempo fa, mi scervellavo per cercare di capire come mai alcune professioni apparentemente al di sopra di ogni sospetto sembrano non solo permeabiili, ma addiritura entusiaste all’idea di introdurre modelli linguistici nel normale ciclo lavorativo.
I programmatori, per esempio, o gli avvocati. Due professioni che avrei scommesso essere impervie a rimpiazzare competenza e professionalità con dei generatori di linguaggio senza alcun vincolo di realtà, cioè, come ripeto da quattro anni, dei generatori di stronzate.
E invece.
E invece ho dovuto ricredermi perché anche se non si può parlare di adozione acritica e tantomeno unniversale, non ho visto quel tipo di opposizione a oltranza che mi sarei aspettato. Forse avvocati e programmatori sono improvvisamente impazziti, e pensano di poter trarre vantaggio da un’ideologia che spera solo di rimpiazzarli?
No. Le cose, come sempre, sono più complicate. Non conosco quasi nessuno, in entrambe le professioni, che creda davvero alla propria sostituibilità tecnologica.
Ma, egualmente, non conosco quasi nessuno che rifiuti l’uso della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Come si spiega?
Per questa volta lasciamo da parte il software, e concentriamoci sul lavoro d’ufficio. Tutti quelli con cui parlo mi dicono la stessa cosa: i modelli linguistici ti danno un documento grezzo, tu gli dai un’aggiustata e controlli che non ci siano errori palesi, e quello che ottieni magari non ti piacerà, ma piace al tuo capo. E al suo.
Questo ci dice una cosa interessante: ci dice che veniamo valutati non per il lavoro che facciamo, ma per il simulacro del lavoro che siamo in grado di mettere in scena.
Se un rigurgitatore di testo può produrre dei risultati passabili, vuol dire che quando produciamo lettere commerciali, contratti, memorandum, policy e procedure aziendali, siamo solo a qualche modifica di distanza da un banale copia e incolla.
Tutto questo ha un nome, coniato dall’antropologo David Graeber nel 2018. Bullshit jobs, uscito in italiano con lo stesso titolo perché nessuno ha avuto il coraggio di tradurre “lavori del cazzo”, che avrebbe venduto mezzo milione di copie.
Secondo Graeber sono lavori di pura immagine e nessun vero impatto, passaggi di scartoffie, messinscena del lavoro. Attività senza alcun senso reale che servono solo a far finta di essere occupati, mentre le nostre anime si corrodono.
Io condivido assolutamente l’analisi di Graeber, ma arrivo a conclusioni leggermente meno disperanti.
Cosa ci dice del nostro lavoro se una sua parte più o meno grande può essere prodotta da un generatore di stronzate?
Se in una lettera, un rapporto, un contratto, una policy prodottta con un modello linguistico, devo solo controllare che i nomi siano giusti, le clausole e i rimandi agli articoli di legge corrispondano, cosa ci dice di quella lettera, di quel contratto, di quella policy?
A me dice che bastava un modello di documento, un modulo, dove io riempivo le parti in bianco.
E mi dice anche che quel modulo ha bisogno solo di chi ha la competenza operativa e di processo per sapere cosa occorre scrivere nelle parti variabili del modello. Tutto il resto della catena di comando, invece, è completamente superfluo.
Questo, di per sé, non significa ovviamente nulla. Ma trovo interessante che quelli che più premono per l’adozione forzata della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”, sperando nella conseguente sostituzione tecnologica dei livelli operativi, non percepiscano di stare invece dimostrando la propria totale inutilità.
Il destino, si sa, non manca di senso dell’ironia.
Del destino dei manager mi importa un epsilon piccolo a piacere. Invece, qual è il senso del lavoro intellettuale nell’epoca della sua riproducilbilità tecnica, per parafrasare Walter Benjamin? Potremmo parlarne e arrivare a delle conclusioni interessanti.
Perché ad esempio, a me viene in mente la barzelletta del meccanico. In officina arriva una Ferrari fiammante, scende il solito cafonal che scende da quel genere di macchine, chiama con un fischio il meccanico e gli fa “guardami cos’ha, il motore fa un rumore strano”. Quello apre il cofano, guarda, dà un paio di accelerate, il motore fa effettivamente un rumore strano. Allora quello prende una mazzuola e tira una martellata sul motore. Poi riprova a accelerare e il motore va come una viola. “Ecco fatto, dice. Sono mille euro”. Il cafonal strabuzza gli occhi “ma come, mille euro per una martellata?” E il meccanico impassibile “No, la martellata è gratis, i mille euro sono per sapere dove tirarla”.
Ecco. Nel mondo del lavoro intellettuale siamo purtroppo abituati a richieste accompagnate dall’immancabile “tanto cosa ti ci vorranno, dieci minuti?”
In un mondo che mantenga almeno una parvenza di senso, sapere quali siano le due righe giuste da aggiungere o cambiare in un documento standard dovrebbe valere lo stesso che scrivere da zero l’intero documento, mentre “approvare” il documento dovrebbe essere un inutile orpello burocratico.
Non sono sicuro di vivere in quel tipo di mondo. Mentre sono sicuro che il management trarrà dalla cosiddetta “Intelligenza Artificiale” le conclusioni sbagliate. I tecno oligarchi stanno muovendo mari e monti per quotarsi in Borsa o agganciarsi ai contratti militari.
Ci credo che hanno fretta. Anthropic ha fatturato 4,6 miliardi di dollari di fatturato, a fronte di perdite per 42 miliardi.
OpenAI ha fatturato 13,07 miliardi di dollari, ma il risultato finale del 2025 è stata una perdita di 38,53 miliardi di dollari. Oltre a questo, entrambe le aziende hanno accordi non rinnegabili per centinaia di miliardi di dollari ciascuna, come futura spesa per l’uso di datacenter non ancora costruiti, e qualcuno li ha presi in parola.
Se mettiamo assieme quei due geni di Altman e Amodei e aggiungiamo quelli di Amazon, Google, Meta, Micorosft e Oracle, la cosiddetta “industria” della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” dal 2022 ad oggi ha fatturato 204 miliardi di dollari con spese per 1500 miliardi.
Quindi ci sono buone probabilità che la favoletta della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” crolli nel 2027. Ci sarà un “riallineamento”, come dicono a Wall Street, cioè sarà un disastro. Dopo, con ogni probabilità i costi per Claude e compagnia saranno dieci o quindici volte quelli di oggi.
Allora potremo forse tirare le somme. Perché la cosiddetta “Intelligenza Artificiale” può anche ridimensionarsi enormemente, ma la lezione che ci ha dato su cosa sia davvero il lavoro, quella rimane.
Le cose potrebbero persino diventare divertenti.
E anche per oggi è tutto. Io sono Walter Vannini, la voce per cui alzare le barricate è di Alessia Racci Chini.
Alla prossima.
