DK9x25 - Il Foglio AI

Il Foglio AI. Ma perché?

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DK9x25 - Il Foglio  AI
Photo by Gary Chan / Unsplash

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E quindi oggi ci tocca parlare de "il Foglio AI".

Non che ci tenga particolarmete, sia chiaro, a volte mi sembra di ripetermi come un disco rotto, ma viviamo in tempi in cui c'è un'intera industra intenta a riscoprire e rivendere l'acqua calda, o l'acqua sporca come in questo caso.

E quindi anche le critiche vanno rispolverate e ripresentate come se a ogni giro di giostra il passato sparisse e dovessimo reimparare tutto daccapo, in una versione cognitiva del mito di Sìsifo.

Sigla.

Vi sarete forse accorti che da due o tre settimane Il Foglio sta portando avanti quello che chiamano "esperimento", e cioè di avere un supplemento al giornale tradizionale che però viene scritto da chatGPT.

Ok, ok, no è che sia chissà quale scoperta, sono due anni che puntualmente qualcuno si sveglia e tira fuor qualcosa fatto da chatGPT.

Ovviamente sin qui cosa si è rivelata generalmente un disastro per le testate; ultima in ordine di tempo la BBC, che con grande strombazzo ha lanciato un nuovo servizio di lanci stampa prodotti da Apple Intelligence.

Apple Intelligence è semplicemente un rebranding di chatGPT da parte di Apple, e credo che l'idea di BBC fosse che il leggendario controllo di Apple sui propri prodotti avrebbe potuto mitigare la fastidiosa tendenza di chatGPT e ogni altro miodello linguistico a inventare le cose di sana pianta, le cosiddette confabulazioni o, per i credenti, "allucinazioni".

È successo che nel giro di pochi giorni Apple Intelligence ha prodotto abbastanza titoli falsi da costringere BBC a lamentarsi con Apple, alla qual cosa Apple ha replicato sospendendo Apple Intelligence in UK.

Ma chi minchia è la BBC quando sei il Foglio, no?

E quindi se a BBC è andata male, il segreto è alzare la posta, devono avere pensato al Foglio. E in perfetto stile ludopatico hanno raddoppiato la posta: non semplici titoli ma interi articoli.

Con un piccolo trucco: la redazione avrebbe "collaborato" alla scrittura. Cito:

Noi giornalisti ci limiteremo a fare le domande, nel Foglio AI leggeremo tutte le risposte.

Per chi ha vissuto in un armadio nei passati due anni può anche sembrare una buona idea, se non fosse che se c'è una cosa che è indubbia dopo due anni di esperimeni strombazzati è che usare i modelli linguistici per rispondere alle domande è una pessima, pessima idea.

Ora, una cosa interessante dell'industria dell'AI è che è un gioco a fare finta:

  • gli sviluppatori fanno finta che un generatore statistico sia una forma di intelligenza,
  • gli startuppari fanno finta che la vera Intelligenza Artificiale Generale sia a portata di mano,
  • i VC e i cantori a gettone, fuori e dentro le aziende, fanno finta di crederci
  • e gli utenti fanno finta che l'idea di avere lavoro senza avere lavoratori sia una figata per i lavoratori e non il sogno bagnato di ogni industriale da tre secoli a questa parte.

Tutti quanti in preda a questa allucinazione collettiva, e il risveglio sarà tragico.

pausa

Ma veniamo al Foglio AI. Ovviamente anche lì giocano a far finta. Perché, nonostante nell'articolo con cui lanciano l'iniziativa dicano: che il Foglio AI verrà, cito:

realizzato usando interamente l’intelligenza artificiale. Per tutto. Per la scrittura, i titoli, i catenacci, i quote, i sommari. E a volte anche per l’ironia.

In realtà il contenuto prodotto da chatGPT viene vagliato, editato, aggiustato e in ultima analisi approvato dalla redazione, come dicono già
alla fine della prima settimana:

I giornalisti non hanno scritto articoli, ma hanno posto domande all’IA e supervisionato le risposte. Comunque sia andata, una cosa è certa: abbiamo fatto rumore. Ma i giornali avranno ancora bisogno di esseri umani.

Una scoperta rivoluzionaria, che nessuno si sarebbe aspettato, ma secondo me l'inquadramento giusto di tutta l'operazione è tutto in quel "abbiamo fatto rumore".

Cosa ne penso di tutto questo?

Penso che si tratti di una perfetta Operazione Furbizia; qualcosa fatto per secondi fini nemmeno troppo nascosti, mascherati da innocente investigazione.

il Foglio AI è semplicemente un'operazione promozionale dove a guadagnarci potrà al massimo essere il direttore e i suoi pupilli, non certo i redattori, non certo la testata e non certo il giornalismo.

Lo stesso Foglio dice che l'esperimento è una "prima mondiale" e l'ufficio comunicazione si è fatto in quattro fra interviste, speciali, visite guidate e quant'altro.

Ovviamente il primo aspetto "furbo" dell'operazione è appunto dire ai quattro venti che l'inserto è scritto "interamente" da chatGPT e una settimana dopo ammettere tomo tomo cacchio cacchio che gli articoli vengono vagliati e approvati, senza però dire da chi. Tanto l'importante è che se ne parli.

Per chi vuole vedere, è chiaro come il sole che questa'ambiguità è dovunque:

  • qualche articolo dice "testo realizzato con AI", che ricorda molto i succhi "con" frutta del super ma che letto innocentemente suona come "realizzato da AI";
  • altri articoli semplicemente non indicano alcun autore, lasciando quindi intendere che potrebbero essere tutta farina del sacco di chatGPT;
  • un articolo senza alcuna indicazione si intitola "Perché solo un'intelligenza artificiale può sfidare il politicamente corretto senza essere linciata", che sarebbe provocatorio se non fosse una patetica cialtronata; davvero qualcuno pensa di potersi nascondere dietro "lo dice l'algoritmo"? Ovviamente no, credo, ma c'è qualcuno a cui piace sentirsi furbissimo facendolo dire a chatGPT;
  • e sempre, ovunque, chatGPT parla in prima persona e parla addirittura di sé, raccontando "come si sente", i suoi "dubbi", di come "impari", di come per usare la AI sia necessario stabilire un "rapporto di fiducia".

Quest'ultimo aspetto, far parlare chatGPT in prima persona, con tanto di battutine è forse il più sleale, qui si frantuma il limite fra la furbizia e la stronzaggine.

Primo perché si non solo si finge che la macchina abbia agito in autonomia, ma si nega qualsiasi ruolo e menzione al giornalista, o all''intera redazione, che ha supervisionato l'articolo.
E questo, cari giornalisti, è suicidio professionale. Complimenti.

Secondo perché sappiamo dai primi anni '70 che l'antropomorfizzazione è un problema enorme di qualsiasi tecnologia dialogica. Gli esseri umani, incontrando una entità capace di linguaggio, sono portati ad attribuirle coscienza e intenzione, spesso nonostante sappiano benissimo che si tratta di semplice software.

Questo è ovviamente il principale motivo per cui Sam Altman e compagnia non si riferiscono mai ai LLM come a dei chatbot, nonostante lo siano, ma come a delle "intelligenze", passi intermedi verso la promessa e perennemente imminente "AGI" che permette di abbindolare gli investitori.

E purtroppo è un metodo che funziona:

  • openAI, che nel 2024 ha speso 9 miliardi di dollari per perdere 5 miliardi di dollari,
  • openAI che perde soldi a ogni query, anche al livello PRO da 200 dollari al mese,
  • openAI che in due anni non ha prodotto un solo caso d'uso realistico o dimostrato di poter avere un qualsiasi profitto,

quella openAI ha appena chiuso il più grosso round di finanziamento nella storia, con la promessa da parte di SoftBank di 40 miliardi di dollari per lavorare alla "Artificial General Intelligence", qualcosa di così immaginario che la definizione che ne hanno dato Microsoft e openAI è "qualsiasi cosa in grado di produrre 100 miliardi di dollari di profitto l'anno".

L'AI è un'allucinzione collettiva; un culto millenaristco della religione della tecnologia.
Finirà.

Se abbiamo un pizzico di fortuna finirà come è finita Elizabeth Holmes e la sua Theranos, passata dalla copertina di Time e una valutaizone di nove miliardi di dollari a una condanna a undici anni e tre mesi per frode;

Se abbiamo un pizzico di fortuna finirà come è finito Sam Bankman-Friend, passato da un patrimonio personale stimato in 25 miliardi di dollari a una sentenza di 25 anni per frode, associazione a delinquere e riciclaggio.

Ma ci vorrà ancora tempo.

Nessuno discute 40 miliardi di dollari. Anche se i miliardi sono solo 10 e nessuno ha idea come farà SoftBank a trovare gli altri. Ma intanto, l'allucinazione collettiva ha avuto un'altra iniezione.

Ci vorrà ancora tempo. Per adesso, la mossa furba è stare al gioco, fare finta di credere, fare finta di non sapere quali siano i reali interessi in gioco.

I soldi e la carriera oggi sono dalla parte di chi sta al gioco, non di chi sta dalla parte della verità, della scienza o del progresso.

Fare i furbi e mettersi dalla parte del vincitore ma sedersi di punta, pronti a spostarsi dove tirerà il vento.

E in questo il Foglio, fondato da un ex informatore della CIA che del fiutare il vento ha fatto la propria specialità, non è secondo a nessuno.

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Rimane solo una cosa a dire: cosa succederà adesso, quando l'esperimento sarà finito?

Secondo me questo:

  • quale che sia il giudizio finale, positivo o negativo, la quotazione del direttore e dei suoi fidi schizzerà sul mercato. Tutti vorranno abbeverarsi alla fonte di chi è riuscito a zittire un'intera redazione e convincerla a scavarsi la fossa con le proprie mani;
  • se il risultato dell'esperimento sarà positivo, ovvero se i lettori accetteranno l'idea di articoli generati da chatGPT "sotto supervisione", il passo successivo sarà che i giornalisti si sentiranno chiedere quanto sono disposti a prendere in meno per poter usare chatGPT, perché palesemente una redazione di stagisti con un caporedattore esperto può fare lo stesso lavoro;
  • se invece il pubblico rifiuterà l'idea del giornalismo di chatGPT, la quotazione dei giornalisti calerà lo stesso, perché gli si farà usare chatGPT per il grosso del testo, ritoccandolo e poi mettendo la propria riverita firma. E anche questo giornalismo è alla portata di una redazione di stagisti con un caporedattore.

Oppure. Oppure tutte le views e le copie vendute nel mese di esperimento erano solo curiosità, e alla prova dei fatti i lettori faranno capire al direttore del Foglio che ha supposto verità, che in quanto supposte, come ci insegna Caparezza...

Io, devo dire, non ci credo molto, sono pessimista.

Ma è anche vero che un ottimista non può essere piacevolmente contraddetto.