DK10x32 - Trantran e piccole vittorie

Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria.

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DK10x32 - Trantran e piccole vittorie
Photo by Sander Sammy / Unsplash

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Le notizie sono il solito trantran: infurianti, demoralizzanti, o noiose; per fortuna ogni tanto si riesce a portare a casa una piccola vittoria.

Sigla.

Google

Settimana passata sono stato sommerso da news su Google I/O, il festival per i fanboi di Google, e dai relativi commenti. La mia reazione è stata la noia.

E non perché Sundar Pichai e Demis Hassabis portino sul palco il carisma di un bradipo e l'impatto culturale di un vaso di petunie.

Noia perché Google, come Meta, come tutta la Silicon Valley, ha smesso di pensare da anni. Continuano a servirci merda riscaldata e ci dicono che è zuppa. Fate un viaggio nel tempo, andate per esempio all'episodio 35 della seconda stagioNE, "Onore Al Compagno Google", era il Marzo del 2018. A sentire i cantori, secondo i quali un anno di tecnologia è una generazione, il 2018 è praticamente le guerre risorgimentali. Oppure divertitevi con il più esplicito episodio 12, settima stagione "Algopirla verso il Reich Millenario (contro il Lungotermismo)", quello è più recente, parliamo solo del 22 Dicembre 2022.

L'annuncio attuale di Google, che la ricerca passerà obbligatoriamente attraverso il filtro di un modello linguistico che interpreterà per noi domande e risposte, risparmiandoci la fatica di dover capire qualcosa delle une e delle altre, non è una novità più di quanto lo sia il fatto che il modello di business di Google e di tutti i GAFAM è quello di gatekeeper, ossia di parassita. Il suo modello di utente è una scimmia ammaestrata con una carta di credito.

Non esattamente un'idea nuova. Sono almeno dieci anni che parliamo di economia estrattiva, di tecnofeudalesimo, di gatekeeping. Nella ricerca mediata da modelli linguistici non c'è niente che non ci fosse già nelle anteprime automatiche, e prima ancora nell'idea che la seconda pagina dei risultati di ricerca fosse il cimitero degli elefanti.

La sorpresa, per chi si sorprende con poco, è quanto sia semplice rivendere sempre la stessa idea facendola passare per novità.

Ma ci sono anche delle piccole soddisfazioni. Per esempio, nell'irresistibile corsa a divorare i propri figli, Google ha appena decretato la morte della stessa industria su cui ha costruito la propria fortuna, la SEO, Search Engine Optimisation, ovvero la raccolta di trucchi per cercare di ottenere un miglior piazzamento nei risultati di ricerca.

Nonostante quello che tanti hanno voluto credere, è sempre stato un gioco truccato. Dal momento in cui ha scoperto la redditività delle pubblicità online, Google ha sempre avuto il controllo assoluto sui risultati del proprio "algoritmo" (si sentono le virgolette?). Il fatto che a cadenza regolare le regole cambiassero, e quindi fosse necessario rifare da capo l'"ottimizzazione" serviva soltanto a mantenere l'illusione che la posizione nei risultati non fosse solo funzione del budget investito.

Il modello di business non è cambiato: Google guadagna discriminando l'accesso al Web. Prima con la ricerca, poi con la SEO, poi con i risultati sponsorizzati, poi con i sommari automatici, poi con le anteprime AI, e adesso fornendo direttamente i contenuti del Web come se fossero un proprio servizio.

I più stagionati fra voi ricorderanno le discussioni dotte in cui l'esperto SEO di turno faceva notare che la maggioranza dei visitatori del sito canistracci.it "proveniva" da Google. E tutti i direttori a bofonchiare che occorreva investire soldi in Google. Nessuno che fosse disposto a notare che gli utenti "arrivavano" da Google su canistracci.it perché Google è un motore di ricerca e gli utenti avevano cercato canistracci.

La bontà dei risultati si è vista nel tempo: gli inserzionisti sono migrati su Google perché non aveva senso spendere in qualcuno che anziché puntare sui propri contenuti pagava Google per la propria visibilità. E i siti, non sapendo più come raccogliere pubblicità, distribuiscono quella che gli passa Google.

Solo che non siamo nel 2010. Google sta ripetendo per la terza o quarta volta la stessa manovra, confidando che tutti gli altri siano troppo stupidi per costruire delle alternative. Ma le alternative ci sono.

L'Unione, con tutti i suoi limiti che non sono pochi, ha la miglior legislazione digitale sul pianeta per contenere lo strapotere degli oligopolisti, a partire dal DSA e dal DMA, il GDPR, il resto del Digital Compact e da Novembre la PLD2.

Il guaio è che una Commissione di molluschi che gonfia il petto, quando si parla di spese militari inutili, perché "l'Europa deve tornare a contare sullo scacchiere internazionale", ma poi sospende una multa miliardaria a Google per abuso di posizione dominante non è esattamente quello che ci serve adesso.

Abbiamo bisogno di gente con una spina dorsale, non di filoatlantici con deliri di potenza novecenteschi.

Anche la discussione sulla sovranità digitale, che pure è un tema importante, è gestita in modo ridicolo come questione di "campioni nazionali". Non abbiamo nessun bisogno di campioni nazionali. Abbiamo bisogno di imporre il rispetto delle nostre leggi in primis, di investimenti continentali in infrastruttura, e di revocare l'articolo 6 della direttiva sul copyright del 2000: il cosiddetto accordo anti-circonvenzione, che impedisce alle aziende europee di costruire soluzioni per i difetti delle tecnologie statunitensi, incluso il fatto che la migrazione dei dati è esclusivamente nelle loro mani.

Certo, il Digital Markets Act impone l'interoperabilità.
Ma l'interoperabilità non serve a niente fino a quando è una gentile concessione degli oligopolisti, che possono renderla difficile a piacimento per "motivi tecnici".

Se non possiamo imporre le nostre leggi a casa nostra e ci neghiamo da soli strumenti per esportare i nostri dati fuori dalle piattaforme statunitensi, anche e soprattutto senza il loro beneplacito, tanto vale che restiamo a casa a fare la parmigiana di melanzane, ci guadagniamo in salute.

Veniamo alla buona notizia.

Una (piccola) vittoria

Se mi seguite da un po' sapete che per me Joseph Weizenbaum è un punto di riferimento, sia quando si fa critica del digitale che quando si parla di chatbot, quelli il marketing chiama "intelligenze artificiali".

Per quelli nuovi, Joseph Weizenbaum fu quell'informatico tedesco-statunitense che creò ELIZA, il primo chatbot, nel 1966.

A differenza dei techbro odierni, Weizenbaum osservò ciò che aveva creato, vide gli effetti che aveva sulle persone, quel che vide non gli piacque, e passò i successivi vent'anni a ragionare su cosa ci fosse di sbagliato nell'approccio imperante alle tecnologie del digitale.

Il risultato fu un libro splendido, "Il potere del computer e la ragione umana", che dice già tutto quello che quarant'anni dopo la compagnia di giro degli esperti a gettone tralascia volutamente in articolesse, interviste improbabili alla Intelligenza Artificiale, e convegni.

Per dirne una, fu Weizenbaum a scrivere

il punto non è se una macchina possa ragionare come un essere umano. Il punto è se debba farlo.

Che, capirete, è a galassie di distanza dai millenarismi dei tardoadolescenti imbolsiti che oggi passano per pensatori, e pure rivoluzionari.

Ad ogni modo, quel libro di Weizenbaum, in Italia è fuori stampa da quasi trentacinque anni, a malapena reperibile in qualche circuito provinciale di biblioteche. Il che, visto i temi di attualità, secondo me è imperdonabile.

Ragion per cui, mesi fa ho fatto un sondaggio sul canale ed è emerso che non sono il solo che vorrebbe averne una copia. Tanto più se considerate che il 2026 è il 60mo anniversario della creazione di ELIZA.

Ecco, la buona notizia è che dopo solo sette mesi di telefonate, blandizie, assicurazioni, invocazioni di divinità colpevolmente dimenticate dalla storia, l'editore si è convinto a fare una ristampa, e siccome gliel'ho chiesto, anche una versione ePub.

A breve dovrei avere date, costi e tutti i dettagli ma ci sono già alcuni punti fermi:

  • versione a stampa e anche versione ePub,
  • uscita a cavallo dell'estate
  • acquistabile online sul sito dell'editore.

E non solo: il libro sarà in vendita al Linux Day a Pordenone il prossimo 24 ottobre, con un adesivo speciale di DataKnightmare. E ci sarò anche io, per portare un po' di allegria e leggerezza, quindi se quel weekend siete liberi, ci vediamo a Pordenone.

Parlando di Pordenone, devo assolutamente ringraziare Alain Modolo, che rappresenta il Linux User Group locale, che mi ha aiutato a spargere la voce e a raccogliere interesse. Assieme, abbiamo garantito la vendita del numero di copie sufficienti a giustificare una ristampa, ma il mio sogno è che con qualche mese di preavviso e il passaparola, il libro sia un successo commerciale.

Non per interesse mio, perché a me non verrà nemmeno un euro, ma per Weizenbaum, per quello che ha da dire a sessant'anni di distanza, e per dimostrare che esiste ancora una cultura della tecnologia che non è marketing né techporn.

Quindi preparatevi, fate girare la voce, prendetene una copia per i vostri figli, fate una lista di persone che blaterano di intelligenza artificiale e regalateglielo. Il fatto che il libro torni a circolare dopo trentacinque anni è una piccola vittoria di cui ringrazio tutti voi.

Facciamola valere.