DK10x19 - Post-americani (La versione di Carney)

Quando un uomo dell'establishment come Mark Carney, PM del Canada, va a Davos a dire cose che sentivi al massimo in qualche facoltà di Scienze Politiche, vuol dire che l'era post-americana è cominciata. Sarà un viaggio.

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DK10x19 - Post-americani (La versione di Carney)
Photo by Tim Mossholder / Unsplash

Ascolta l'episodio su Spreaker.com

Qualsiasi cosa ne pensiamo, l'era post-americana è iniziata.
Qualcuno lo spieghi a Meloni, che magari la smette di essere fesserie.

Sigla.

Trump sta mettendo in scena a casa propria lo stesso copione che gli Stati Uniti hanno diretto con successo molte volte in metà del mondo. Ancora qualche violenza gratuita, ancora qualche vittima insopportabilmente innocente, e qualcuno deciderà che non si può continuare ad assistere ai crimini senza reagire.

Una cultura intrisa del culto della giustizia fai-da-te, la mitologia dell'eccezionalismo, e quattrocento milioni di armi detenute privatamente sono una garanzia. Manca soltanto la scintilla, e Trump avrà il suo incendio del Reichstag. Potrà invocare l'Insurrection Act e dispiegare le forze armate per "salvaguardare" l'ordine pubblico.

E forse a quel punto potrebbe aver esaurito il proprio compito, e il Congresso potrà rimpiazzarlo con qualcuno di più presentabile, tipo un Vance, che prosegua le stesse politiche ma con una un'apparenza di moderazione.
Tanto ormai la gente ha capito di doversi aspettare qualsiasi cosa, quindi la terapia d'urto può bastare.

Tanto, dopo un Trump, perfino un Dick Cheney sembrerebbe un moderato. A quel punto, gli interessi che li hanno portati al potere, i Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Elon Musk, Tim Cook, Sam Altman, Sundar Pichai, che erano in prima fila all'inaugurazione e quelli che non si sono fatti vedere come Satya Nadella, Peter Thiel, Larry Ellison, cominceranno a riscuotere dividendi; politici e, soprattutto, economici.

Thiel è quell che ha detto in un'intervista che non ritiene che democrazia e libertà siano ancora compatibili. Si riferiva ovviamente alla libertà sua e dei suoi amichetti di fare soldi senza i lacci e lacciuoli imposti dagli stati di diritto. Non è un caso che a giorni alterni il fantastiliardario piagnone di turno si lamenti della cattiva Europa che gli vuole imporre delle regole.

Francamente non scommetto sul ritorno alla normalità degli USA. Nella storia non si è mai visto un Paese sprofondare fino a questo livello nel fascismo e poi tirarsene fuori da solo.

Sì, ci sono delle reazioni. Coraggiose, e locali. Perché hanno ammazzato due bianchi.
I sette non bianchi ammazzati da inizio anno da ICE non hanno fatto altrettanto scalpore.
Le migliaia di arresti, il campo di concentramento nelle paludi, le detenzioni arbitrarie, le deportazioni, quelle ormai non fanno nemmeno più manco notizia.

E dopo tutto questo, che cosa si vede? Una composta protesta civile. Gente che riprende col cellulare, gruppi di auto-aiuto su Signal, qualcuno indice uno sciopero generale. A Minneapolis.

Ammirevole, ma dà la misura dell'assuefazione, dell'appoggio e dell'indifferenza su cui può contare Trump in tutti e cinquanta gli Stati.

I Repubblicani sono tutti dalla sua parte. I democratici fanno finta di niente. La Corte Suprema non ha niente da dire. Polizia e FBI non si sognano nemmeno di mettersi in mezzo.

C'è una forza di polizia che va in giro mascherata, arresta la gente senza accuse, la fa sparire senza processo, spara in faccia a una donna in auto e mette dieci proiettili nella schiena di un uomo immobilizzato a terra.

E non succede niente.

Perché l'agenda bianco-suprematista è parte dell'America profonda da sempre, e negli ultimi anni e diventata mainstream. Decenni di darwinismo sociale, e quella che era la classe media è stata distrutta, e si ritrova a competere per impieghi sotto la sussistenza con l'ultimo immigrato, perché già il penultimo costa troppo.

Questa è la base di Trump, i milioni di ex ceto medio che sono diventati white trash.
I bianchi benestanti che non capiscono perché dovrebbero competere con gente venuta da lontano. I fondamentalisti cristiani.
Sono tanti. Sono incazzati. E vogliono quel benessere che gli era stato promesso per diritto.

Con la miopia di qualsiasi massa, non se la prendono con i miliardari che hanno causato tutto questo, ma sono pronti a dare la colpa al più facile da trovare.

Come lo chiameremmo tutto questo, se accadesse altrove?

Mi dispiace, ma per me gli USA hanno smesso di essere una democrazia e sono ufficialmente un paese nazista.

Prima ce ne rendiamo conto e iniziamo a comportarci di conseguenza, e meglio è.

E qualcuno sta cominciando ad accorgersene. Non quelli che ci aspetteremmo.

pausa

Dice Wikipedia che Mark Carney è il primo ministro canadese. Laureato a Harvard e Oxford, cresciuto in Goldman Sachs, da lì è diventato governatore della Banca del Canada e poi della Banca d'Inghilterra, ha diretto Bloomberg, ha co-diretto il settore investimenti privati della Banca Mondiale, è stato inviato speciale delle Nazioni Unite per il clima e la finanza, poi consigliere del primo ministro canadese durante il Covid.

Entra nella task force del Partito Liberale canadese per la crescita economica, e l'anno successivo rimpiazza Trudeau come segretario del partito con quelle che noi chiameremmo percentuali bulgare. Dopodiché, senza avere mai ricoperto alcuna carica elettiva, viene nominato primo ministro del Canada, sempre al posto di Trudeau.

Se dobbiamo affibbiargli un'etichetta, Carney è in tutto e per tutto un uomo dell'establishment. A differenza di tanti altri, però, ognuno pensi a chi vuole, Carney non si mette le fette di prosciutto sugli occhi.

Il 20 gennaio Carney sale sul palco del World Economic Forum a Davos, e dice cose mai sentite prima da quel palco, cose che fino ad oggi ti etichettavano automaticamente come comunista, amico di Putin, nemico del libero mercato, della mitica società liberale e dei sacri valori occidentali. Ascoltate:

[...] Sapevamo che la storia dell'ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero tirati fuori quando fosse stato conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell'identità dell'imputato o della vittima.

Questa finzione era utile e l'egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie.

[...] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato il più possibile di sottolineare il divario tra retorica e realtà.

Questo accordo non funziona più. Permettetemi di essere diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Niente di nuovo, sono cose che ho detto con molta meno capacità perfino io. La sola novità è che vengono da uno come Carney. È come sentire Draghi promuovere uno sciopero generale per il rinnovo del contratto della scuola.

Carney non si ferma a constatare l'ovvio, comincia a chiedersi cosa si può fare, cosa possono fare quelli che non sono una superpotenza. Mettersi a trattare?

[...] quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Competiamo tra di noi per dimostrare chi è più accomodante. Questa non è sovranità. È mettere in scena la sovranità accettando la subordinazione.

Quindi trattare con gli USA di Trump non è più un'opzione. Anche perché Trump schiaccia chi tratta, e rispetta solo chi gli si oppone. Resta però la domanda di cosa possano fare i Paesi int ermedi in un mondo dove i giganti vogliono comandare con la forza.
Ancora Carney:

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto significativo. Non dobbiamo permettere che l'ascesa del potere muscolare ci impedisca di vedere che il potere della legittimità, dell'integrità e delle regole rimarrà forte, se scegliamo di esercitarlo insieme [...]

Carney non si fa nessuna illusione che un altro egemone possa prendere il posto degli USA e il gioco possa ricominciare: il mondo uscito dalla II Guerra Mondiale è stato un momento unico in cui un'Europa distrutta si è cullata nell'illusione del gigante buono, perché quel gigante veniva dalla stessa storia, parlava la stessa lingua.

E adesso che l'incantesimo dell'"ordine mondiale basato sulle regole" si è spezzato possiamo vederlo per ciò che è stato:

un sistema che intensifica la rivalità tra le grandi potenze, in cui le più potenti perseguono i propri interessi, utilizzando l'integrazione economica come coercizione.

E da questa constatazione possiamo trarre una indicazione per come muoverci in futuro:

agire in modo coerente, applicando gli stessi standard agli alleati e ai rivali.

Suona semplice, ma è un cambio di paradigma assoluto, e non sarà facile cambiare modo di pensare. Per esempio, siamo convinti che avere relazioni economiche con un invasore genocida, di fatto finanziandolo, non sia etico? Bene, Israele a Gaza, la Russia in Ucraina, la Turchia in Kurdistan sono tutti sullo stesso piano. Questo è il livello di cambiamento che ci aspetta.

Ora che abbiamo scoperto che i principi che sbandieravamo erano la foglia di fico dell'egemone che servivamo, forse andremo meno in giro per il mondo a dire agli altri cosa devono fare, e forse cominceremo ad ascoltare di più.
Non potremo più dare lezioni, ma potremo dare l'esempio. Non per ché siamo particolarmente rinsaviti, ma perché non siamo più dalla parte del più forte.

Come dice Carney,

I potenti hanno il potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare le cose con il loro nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

Il discorso di Carney è bellissimo. Cercatelo su Internet e leggetevelo tutto. Era da quando ho letto il discorso di Pericle agli ateniesi che un discorso di un politico non mi toccava così.

Però, il punto non è il discorso di Carney, quello ci dice solo che è un politico intelligente con un ghost writer di enorme caratura.

Il punto è che Carney ha ricevuto una standing ovation.

Non stava parlando a una manifestazione dei sindacati, o in una facoltà di Scienze Politiche. Parlava ai suoi, all'establishment che era a Davos non solo per osannare i campioni di BigTech, ma per fare affari, perché dove c'è letame c'è grano, perché ogni imprenditore di seconda fascia vuole una possibilità di passare in prima.

È la promessa di quella possibilità che è stata applaudita con tanto vigore: se finalmente Big Tech, se finalmente i soliti americani smettono di prendersi tutti i soldi lasciando agli altri solo le briciole, beh, allora quei soldi dovranno pur finire in qualche altra tasca.

La favola che ci raccontavano da piccoli finisce quando il bambino grida "il Re è nudo". Nella realtà, l'Impero inizia a sfaldarsi dopo, quando il primo vassallo dice "beh, in effetti...".

pausa

Il discorso di Mark Carney segna l'inizio dell'era post-americana.

Quale che sia l'evoluzione interna degli Stati Uniti, quanto tempo ci metteranno a tornare un Paese democratico, sostanzialmente non importa. Il meccanismo che permetteva agli USA di usare l'integrazione economica come mezzo di coercizione mentre noi li ringraziavamo perché erano buoni, si è rotto.

Se anche domani Trump e tutti i suoi venissero messi sotto processo e arrivasse il presidente più democratico immaginabile, nessuno crederà più alla finzione uscita dalla II Guerra Mondiale. Quella ha ormai fatto il suo tempo, e soprattutto i guadagni del futuro sono altrove.

L'Impero americano si sta dissolvendo, e la sola cosa che gli USA possono fare è capirlo, e sperare di essere capaci quanto Elisabetta II d'Inghilterra, che gestì senza sconvolgimenti lo smantellamento del più grande impero dell'era moderna.

Uscire dalla finzione, per usare sempre le parole di Carney, significa che noi Europei non abbiamo più le spalle coperte, certo. Che non siamo più automaticamente dalla parte del più forte. Ma significa anche scoprire quali sono i nostri reali interessi, e quali alleati possiamo trovare per perseguirli.

L'Europa può guardare un planisfero e finalmente capire con chi dobbiamo assolutamente trovare il modo di andare d'accordo, perché la geografia detta la politica, non il contrario.

Stiamo tornando a un mondo grande, e vario, dove non abbiamo più l'amico più grosso che ci garantisce il monopolio della verità e delle soluzioni, ovviamente le sue, e dove non valgono sempre soltanto le condizioni della nostra parte.

Nel nostro piccolo, anche per le tecnologie digitali questo potrebbe essere un mondo migliore. Se avremo imparato la lezione, e non saremo avidi, non sostituiremo Big Tech con qualche altro gigante, ma ci applicheremo per la prevenzione radicale di ogni oligopolio, ovunque si costituisca, perché l'occasione fa l'uomo ladro, e l'imprenditore monopolista.

Se avremo imparato la lezione, e non saremo stupidi, capiremo che il contrario dell'integrazione come coercizione, e l'obbligo di applicare gli stessi criteri per alleati e rivali, per poter essere all'altezza dei valori che dichiariamo, passano per standard aperti e prodotti, hardware e software, auditabili.

Standard aperti, a sua volta, significa buttare finalmente alle ortiche le disposizioni di legge cosiddette "anticirconvenzione", che gli USA hanno imposto unilateralmente a tutto il mondo, e grazie alle quali ogni produttore gode automaticamente di un monopolio su tutte le parti di ricambio e di un lock-in garantito.

Sappiamo e vediamo da anni che questo significa prezzi più alti e prodotti più scadenti, ma abbiamo creduto alla finzione perché in fin dei conti ci faceva un po' comodo che per noi ci fossero sempre delle briciole da raccogliere.

Questa finzione ha significato massacrare intere industrie domestiche e mettere migliaia di miliardi di euro nelle tasche degli oligopolisti USA.

Ma quando l'elite di Davos ha applaudito il discorso di Carney, ha applaudito anche il fatto che da oggi i miliardi degli oligopoli sono un obiettivo legittimo. Se gli Stati Uniti si chiudono come mercato, agitano dazi a ogni piè sospinto, e in definitiva ci trattano come è sempre stato trattato il resto del mondo, non abbiamo più alcun bisogno di continuare a tenere in piedi tutte le cose che facevamo per restare dalla loro parte.

Possiamo buttare a mare la sacralità della loro "proprietà intellettuale" e tornare alla possibilità di fare reverse engineering e sviluppare prodotti compatibili ai loro, e concorrenti. Magari perfino migliori. in fin dei conti gli USA credono nel libero mercato e nella competizione, no? Bene, saranno felici di riscoprirli.

Si parla giustamente di sovranità digitale, ma tutte le nostre infrastrutture digitali poggiano su prodotti USA. Bene, sviluppiamo prodotti che possano migrare le nostre infrastrutture verso prodotti non statunitensi. Europei o no, ma aperti, perché nel giochetto dell'integrazione come coercizione ci siamo già cascati una volta, e una volta basta.

La Francia ha appena annunciato che la sua intera PA abbandonerà Zoom e Teams per passare a un prodotto sviluppato autonomamente. In Germania, le migrazioni delle PA da Windows a Linux stanno guadagnando momento.
Era ora.

Con la deriva autoritaria in USA, noi europei abbiamo dei principi da difendere. Di solito, solo coi principi non si va lontano, ma qui ci sono anche mercati da ricostruire da zero; qui ci sono soldi da fare.

È una congiunzione astrale incredibilmente favorevole, dopo settant'anni quello che è giusto e quello che ci conviene stanno dalla stessa parte.

Non sarà una passeggiata. Ma il fatto che sia difficile non cambia il fatto che sia necessario. E il fatto che sia necessario non significa che per una volta non sia anche conveniente.